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DIARIO DI UN NAUFRAGIO VOLONTARIO


di La-mandria
03.09.2026    |    302    |    2 8.7
"Non era un abbraccio d'amore; era una violenza condivisa, un possesso totale che mi spogliava di ogni identità sociale, lasciando a nudo solo la femmina terrorizzata e estasiata..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT


Ci sono confini che superiamo convinti di poter tornare indietro, e poi ci sono soglie così sottili e oscure che, una volta varcate, ci fanno dimenticare persino il nome che portavamo. Questa non è la storia di una vittima, né il resoconto sterile di un'epidemia. È la cronaca intima e febbrile di un risveglio alla rovescia: il momento esatto in cui la carne smette di temere la fine, si spoglia di ogni pudore borghese e sceglie di lasciarsi divorare per rinascere altrove. Se cercate la salvezza tra queste righe, avete sbagliato rifugio. Qui dentro, l'unica legge rimasta è il battito sordo del contagio.

********
La pioggia a Roma non cadeva semplicemente: marciva sull'asfalto, trascinando con sé l'odore acre dello smog e dei rifiuti rimasti insepolti nei cassonetti rovesciati per settimane.
Quella notte di ottobre, i lampioni del quartiere universitario proiettavano lame giallognole e tremolanti attraverso una foschia densa, quasi untuosa, che si attaccava ai cappotti e riempiva i polmoni di un sapore metallico.
Ero chiusa al terzo piano dell'edificio di Lettere. La mia cattedra era un bastione di legno massiccio, coperto di dispense disordinate, bozze di tesi mai corrette e tazze di caffè freddo ormai dimenticate da giorni.
Fuori, nel corridoio buio, il silenzio era rotto solo dal ticchettio regolare dell'acqua che filtrava dal tetto sfondato, gocciolando su un linoleum lurido.
Poi, un suono diverso. Un raschiare sordo, pesante. Qualcosa — o qualcuno — trascinava i piedi con una lentezza disperata, urtando contro le pareti intonacate come un cieco privato dei sensi. Trattenni il fiato, stringendo le dita attorno al manico di un pesante tagliacarte d'ottone.
La porta dell'aula non aveva la chiave; la serratura era stata forzata mesi prima, all'inizio del collasso sociale, quando le autorità avevano smesso di fingere che il contagio fosse sotto controllo. «Chi è?» la mia voce uscì sottile, un sussurro strozzato che tradiva tutto il terrore accumulato in settimane di isolamento.
Nessuna risposta verbale.
Solo un rantolo profondo, viscerale, un gorgoglio umido che saliva direttamente dalla gola, seguito da un colpo sordo contro il legno della porta.
Il chiavistello cedette con un fracasso secco. La porta si spalancò, sbattendo contro il muro.
Dalla penombra del corridoio emerse una figura alta, spettrale.
La camicia bianca un tempo impeccabile era ridotta a brandelli intrisi di sangue secco e terriccio nero. Il volto del rettore — perché riconobbi i tratti spigolosi di quell'uomo che solo un mese prima mi aveva negato l'abilitazione — era una maschera di carne lacerata; la guancia sinistra mancava quasi del tutto, lasciando esposta la dentatura bianca e lucida in un ghigno perenne e involontario. I suoi occhi non erano più umani: erano sfere vitree, opache, bagnate da una secrezione densa, fisse su di me con una voracità cieca e implacabile.
Il mio cuore saltò un battito, poi iniziò a correre all'impazzata, un tamburo fuori controllo dentro la gabbia toracica.
Feci per indietreggiare, ma la mia sedia urtò la lavagna, producendo un fischio acuto che fece vibrare i vetri.
Lui avanzò.
Non correva come i forsennati; i suoi tendini erano logorati, i muscoli contratti in uno spasmo rigido e innaturale, ma la sua presenza riempiva la stanza, cancellando ogni via di fuga.
Quando fu a un passo da me, il fetore della sua decomposizione mi investì come un pugno nello stomaco: un mix irrespirabile di carne putrefatta, sudore acido e terra bagnata.
Non urlai.
La paura, quando supera una certa soglia, si trasforma in una paralisi gelida, un anestetico che spegne la mente e lascia scoperte solo le terminazioni nervose della pelle.
Mi afferrò il polso. La sua mano era di un gelo mortale, la pelle ruvida come corteccia secca. La stretta fu immediata, brutale, tale da farmi gemere per il dolore alle ossa.
Trattenni un singhiozzo mentre la sua altra mano risaliva lentamente lungo il mio avambraccio, sfiorando la carne nuda con una lentezza che aveva qualcosa di profondamente perverso, un possesso che non cercava soltanto di uccidere, ma di consumare ogni residuo di resistenza.
La fuga che tentai non durò quanto avrei voluto. O forse non desideravo davvero fuggire.
Trascinata da quella forza inarrestabile, scesi le scale monumentali dell'ateneo che conducevano nei sotterranei, là dove un tempo si trovavano i depositi dei volumi rari e le vecchie cripte sconsacrate. L'aria cambiò repentinamente: divenne pesante, satura di un calore intenso, densa di umidità e di un'eccitazione collettiva che sfidava ogni legge della natura e della morte.
Non ero sola.
L'enorme sala sotterranea, rischiarata solo da poche torce improvvisate infilate nelle intercapedini della pietra, brulicava di corpi. Era un sabba blasfemo e disperato.
Decine di persone — studenti, professori, estranei catturati nei raid notturni — si muovevano in una fusione convulsa e senza regole con i non-morti. Non c'era più distinzione tra chi respirava e chi aveva smesso di farlo; la fame si era trasformata in un'orgia cieca, un coacervo di membra madide di sudore, sangue e fluidi scuri che si urtavano, si cercavano e si straziavano a vicenda in un ritmo ossessivo e ipnotico.
Il calore della cripta si faceva sempre più soffocante, un tepore febbrile che impregnava l'aria di muschio, sudore e putrefazione. Intorno a noi, il sabba dei corpi brulicava in un crescendo di frenesia cieca, un'onda primordiale in cui vivi e non-morti si fondevano in un unico organismo ansimante e sanguinolento.
Il professore mi spinse contro una colonna di marmo antico.
Il freddo della pietra mi trafisse la schiena, ma il contrasto con il calore innaturale del suo corpo che premeva contro il mio generò una scossa elettrica che mi percorse la spina dorsale. Il suo corpo rigido e innaturalmente freddo annullava ogni spazio tra di noi. Le sue mani, ruvide come corteccia e pesanti come macigni, scivolarono lungo la mia schiena, tracciando una linea di fuoco e terrore che mi fece inarcare istintivamente verso di lui.
Ogni attrito era una scossa, un misto di ripugnanza viscerale e di un abbandono vertiginoso che mi toglieva il respiro.
Poco distante, il caos dell'orgia si alimentava di sussulti e morsi: corpi che si cercavano con una violenza disperata, membra strette in un abbraccio mortale che non conosceva più confini tra il piacere e il dolore. Vidi una studentessa trascinata nel fango da due non-morti, il viso contratto in un ghigno d'estasi dolorosa mentre le loro mani strappavano via brandelli di stoffa e di carne, in un coacervo di fluidi scuri e gemiti soffocati che salivano verso la volta della cripta come una liturgia blasfema.
Il professore affondò ulteriormente le dita nei miei capelli, costringendomi a sollevare il mento. Il suo sguardo vitreo, privo di qualsiasi scintilla umana, inchiodò il mio in un contatto spettrale, ipnotico. Senti il gelo delle sue labbra sfiorare la gola, indugiare con una lentezza crudele sulla pelle già madida di sudore.
L'atto non era più una semplice aggressione: era un possesso totale, un'offerta reciproca in cui la mia volontà si dissolveva, cedendo il passo a un'eccitazione febbrile e oscura.
I suoi denti sfiorarono la mia clavicola, non affondando subito, ma indugiando con una precisione crudele. Potevo sentire il gelo delle sue labbra socchiuse sulla mia pelle bollente.
Intorno a noi, il coro di gemiti strozzati, respiri affannosi e risate isteriche saliva verso la volta della cripta come una preghiera nera.
Vidi una coppia poco più lontano: una ragazza con i vestiti strappati che rideva istericamente mentre un non-morto le mordeva il collo, inarcando la schiena in un'estasi dolorosa e terminale.
La mia mente razionale urlava, implorando un briciolo di lucidità, ma il mio corpo tradiva ogni proposito di salvezza. Ogni sfioramento di quella carne putrefatta, ogni pressione brutale delle sue mani sui miei fianchi — che mi lasciavano lividi bluastri — agiva sui miei sensi come una droga pesantissima.
La paura si era capovolta nel suo esatto opposto: un desiderio viscerale, oscuro e proibito di annullarmi in quell'abbraccio mortale.
Ogni barriera morale, ogni residuo di pudore borghese svanì nel momento in cui le sue mani ripresero a muoversi con metodica brutalità, strappando quel che restava della mia camicia e lasciando il mio petto nudo esposto all'aria pesante e satura della cripta.
Il contatto della sua pelle morta contro il mio corpo vivo generò una frizione talmente estrema da farmi fremere da capo a piedi.
Non volevo più fuggire; desideravo soltanto essere divorata da quel turbine di carne e morire a me stessa, spogliata di ogni nome e di ogni memoria, per rinascere altrove, nel cuore cieco del contagio.
Lui si fermò un istante, inclinando il capo. I suoi occhi bianchi e vitrei fissavano i miei, uno specchio vuoto in cui la mia anima stava rapidamente affondando.
Il tempo aveva cessato di esistere.
Non c'erano più ore, né lezioni da preparare, né esami da correggere.
Esisteva solo quel perimetro di pietra umida e il ritmo incessante di un'umanità ridotta al suo minimo termine biologico: attrito, calore, morsi e un'urgenza carnale che non ammetteva rifiuti.
La creatura premeva con tutto il suo peso contro di me. Non era un abbraccio d'amore; era una violenza condivisa, un possesso totale che mi spogliava di ogni identità sociale, lasciando a nudo solo la femmina terrorizzata e estasiata. Sentivo il mio sangue pompare con una violenza inaudita, un fiume scarlatto che batteva contro le pareti delle mie vene, desideroso di scontrarsi con la stasi gelida del non-morto.
Le sue mani risalirono dai fianchi, stringendomi la vita fino a farmi quasi mancare il respiro, per poi affondare nei miei capelli, tirando la testa all'indietro in modo da esporre completamente la gola. Quella posizione mi rendeva indifesa, totalmente vulnerabile alla sua bocca, eppure non avevo mai provato una sensazione di potere così perversa.
Ero io che lo stavo invitando.
Io che, con un impercettibile inarcare della schiena, offrivo il mio collo alla sua dentatura.
Intorno a noi, il sabba continuava a divorare se stesso. Corpi che si univano e si laceravano in un unico, gigantesco organismo sanguinante. Il fetore della decomposizione si mescolava all'odore acre del sudore e dei fluidi corporei, creando un'atmosfera densa, quasi irrespirabile, che ottenebrava la coscienza.
Vidi un collega, un uomo rigido e metodico che stimavo per la sua erudizione, muoversi carponi nel fango della cripta, inseguito da una donna con il ventre squarciato, in un inseguimento che aveva tutto il sapore di un corteggiamento bestiale.
Il professore emise un rantolo sordo, un suono che vibrava direttamente contro le mie vertebre cervicali. Le sue labbra gelide tracciarono una linea umida lungo il mio collo, scendendo dalla mascella fino alla fossa tra le clavicole. Ogni punto in cui la sua bocca toccava la mia pelle si infiammava di un bruciore intenso, una sensibilità esasperata che faceva tremare le mie ginocchia.
— Lasciati andare — sembrava dirmi quel silenzio denso di minacce.
E io cedetti.
Le mie braccia, che fino a un attimo prima cercavano di respingerlo appoggiandosi alle sue spalle rigide, scivolarono lungo il suo petto, affondando le unghie nella carne fredda e tesa della sua schiena, godendo del dolore sottile che quel gesto provocava. I nostri respiri si fusero in un unico rantolo spezzato.
La sua bocca trovò finalmente il punto esatto, la curva tenera della spalla. Sentii la pressione dei denti farsi più netta, intenzionale, carica di una promessa inesorabile.
La barriera della pelle cedette con un piccolo rumore sordo. Un dolore acuto, rovente, esplose nelle mie terminazioni nervose, un fulmine bianco che mi attraversò da parte a parte, azzerando ogni residuo pensiero razionale.
Ma quell'istante di dolore fu immediatamente travolto da un'ondata di calore denso, narcotico, che risalì dal punto del morso invadendo ogni vena, ogni arteria, ogni cellula del mio corpo. La sua saliva, fredda e carica del virus primordiale, si mescolò al mio sangue in un matrimonio chimico irreversibile.
Sentii il mio cuore battere un'ultima volta con una violenza inaudita, un tonfo sordo che rimbombò nelle mie orecchie come un gong funebre, prima di rallentare bruscamente, quasi a volersi sincronizzare con il ritmo morto di quell'essere che mi teneva stretta.
Gli occhi mi si appannarono.
Il buio della cripta, rischiarato solo dalle torce tremolanti, iniziò a sfumare in una nebbia grigia, densa e vellutata. Non provavo paura. La disperazione si era dissolta, lasciando spazio a una quiete pesante, immobile, assoluta.
Il professore allentò leggermente la presa, ma i nostri corpi rimasero incollati, fusi in un'unica massa di carne febbrile e putrefatta. Mi lasciò scivolare lentamente sul pavimento umido della cripta, dove decine di altri corpi continuavano la loro danza cieca e disperata.
Sentii la mia temperatura corporea calare rapidamente, il sangue rallentare la sua corsa, mentre una fame nuova, sorda e implacabile iniziava a scavare nello stomaco, sostituendo il desiderio umano con un appetito oscuro, eterno.
I miei occhi, ormai privati della luce dei vivi, si aprirono nel buio, riflettendo lo stesso vuoto opaco e affamato di chi mi aveva condotta lì.
La lezione era finita. Ora cominciava la dannazione.
In quel corpo svuotato di ogni battito, la carne aveva finalmente trovato un piacere assoluto che niente avrebbe potuto più spegnere.

Vacca 24
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